“Conoscere per non perdere la memoria”

*Sara Valentina Di Palma

Stienta, 22 ottobre 2006

 

 

            Il mio discorso si articolerà in tre parti. La prima, spero non troppo tecnica, vuole partire dall’analisi di concetti relativi a ricordo-memoria-oblio nelle culture ebraica e romana – che sono poi quelle che influenzano la cultura odierna e la terminologia attuale. La seconda, ricorda brevemente quali sono state, nella storia, le metafore con cui l’uomo ha cercato di spiegarsi e di interpretare la memoria. La terza e più corposa parte della mia relazione, infine, farà il punto sulle problematiche aperte relative a come ricordiamo, come ragioni politiche ci inducono a ricordare e modificano il senso delle commemorazioni, e quindi come invece dovremmo ricordare e quale tipo di memoria dovremmo esercitare per mantenere uno spirito insieme vivo sul passato e critico nell’analisi del presente e degli sviluppi del futuro.

 

Definizioni

Gli ebrei parlano di Zachor, ricordo, con due significati: innanzi tutto, il ricordo segna il mutamento (Dio ricorda gli Ebrei in Egitto, e attua un mutamento; ogni volta che Dio ricorda ne consegue un mutamento); il secondo significato è etico: tratta bene lo straniero perché anche tu lo sei stato in Egitto, e il ricordo fonda l’etica, si ricorda la propria debolezza e si rispetta quella altrui.

Per gli antichi romani, il lobo dell’orecchio è sede della memoria, e tirare il lobo vuol dire chiamare qualcuno a testimoniare. Non per nulla, si dice che gli elefanti, che hanno grandi orecchie, hanno buona memoria.

I seguenti termini latini relativi al campo della memoria, analizzati da Maurizio Bettini, sono interessanti per capire di cosa si parla quando si parla di memoria.

Memini, mi ricordo. Mens, mente, qualità spirituale.

Recordor, io mi ricordo. Re-cordis, riporto al cuore, stabilisco un rapporto con il cuore. Re è prefisso del ritorno; il cuore è sede della sapienza e quindi re-cordor è riattivare la conoscenza che abbiamo dentro di noi. Come dice Ennio, egli ha 3 cuori perché parla 3 lingue (greco, osco, latino) e quindi sapere una lingua significa avere un cuore, un’identità nel senso di conoscenza, presenza a se stessi.

Memoria: memor è chi ricorda, la radice mer esprime preoccupazione, sollecitudine. Già in greco antico, negli eroi omerici, mermerizein è porsi dei problemi. La memoria non è quindi capacità del ricordo, ma movimento emozionale della sollecitudine.

Monitor: quaderno di appunti, che fa ricordare. A questo proposito mi piace citare la ragazzina sopravvissuta ad Auschwitz Ana Novac, che racconta la propria esperienza in I giorni della mia giovinezza. La memoria per Ana è il diario che tiene in lager, ed ella dice che “del campo so solo quello che ne avevo scritto” (p. 4), il ricordo riflette non sui fatti ma sul ricordo dei fatti.

Monumentum: tomba, luogo che suscita ricordo. È anche un segno che funziona attraverso la memoria.

Obliviscor, mi dimentico; oblivio, oblivionis, dimenticanza. In Plauto, uno schiavo che ha dimenticato un anello dice che si è “dimenticato la memoria”. L’oblio è qualcosa che cancella la memoria. La radice Lev significa lisciare, obliviscor è rendere liscio (nel Teeteto di Platone la memoria è esercizio grafico, l’impronta del sigillo sulla tavola di cera, la temporalità del ricordo VS natura spaziale e stabile del contenitore che lo immagazzina, come metafora della memoria). L’oblio è il rovescio dello stilo che traccia i caratteri sulla tavola di cera. (Oblittero significa che tolgo le lettere dalla tabula).

Come ricorda Herman Parret in Mémoire et oubli: les questions fondamentales, Mnemosune è figlia di Urano e Gea, resa da Zeus madre delle Muse. È nominata per la prima volta da Esiodo, e genera con Zeus le muse affinché “recassero oblio ai dolori e tregua alle cure” (Teogonia). L’oblio è rappresentato come la liquidità del fiume Lete. Sul Lete, i morti sono traghettati verso il mondo degli inferi. La verità, a-letheia, s-velatezza, è minacciata dall’oblio. Si tratta di indistinzione dei contorni delle figure che si perdono nel fluido dell’acqua. La cattiva memoria rende sfuocati i contorni dei ricordi, come mostra la metafora della nebulosa.

Oltre al rapporto Mnemosune-Lete, memoria-dimenticanza, c’è il rapporto Mnemosune-Lesmosune. Mnemon è far ricordare, sune è mettere in pratica. Lesmosune è invece mettere in pratica l’oblio. Mnemosune partorisce le muse perché, dice Esiodo, agiscano sul poeta che ricordi, crei e provochi Lesmosune (oblio dei mali). La poesia è arte della memoria creata per far dimenticare. Il nesso apparentemente paradossale con Lesmosune (oblio) è chiaro ricordando la funzione dell’invocazione alle Muse nella poesia greca arcaica. Omero, nell’Iliade, invoca le Muse per ricordare qualcosa di cui “abbiamo solo nozione” ma di cui noi stessi “non abbiamo visto nulla” (v. 468). Non si tratta quindi di fissare il passato, ma presentificarlo. Il dono del ricordo di Mnemosune trascende la prospettiva dell’identità personale. Il poeta ha la memoria come divinazione mistica, e ha sofia (saggezza): memoria è legata a saggezza. Rapporto memoria-identità: l’identità non è fissa, come vorrebbero da un lato le leggi razziali, dall’altro quanti cristallizzano la Shoah, ma è in divenire sempre.

Il paradosso della traccia della memoria è che il ricordo è presenza di cose assenti. La memoria è affascinata dall’oblio, necessario alla memoria perché anch’esso interpretazione dei fatti. La memoria ha bisogno dell’oblio per ristrutturare il tempo, l’oblio aspettualizza e scansisce il tempo della memoria. Voler dimenticare è elaborazione del lutto, reperire il lavoro dell’oblio nella memoria, trovare le modalizzazioni dell’oblio per capire anche come ha lavorato la memoria. Questo è particolarmente importante quando si analizzano, a fini storici, testimonianze e memorialistica in parte inesatti: in essi lo storico deve contestualizzare l’oblio, l’errore, mantenendo il valore della testimonianza.

In seguito, la memoria si laicizza, ad esempio con la retorica ciceroniana: memoria, pronuncia, retorica sono gli strumenti del discorso basato su inventio, dispositio, elocutio.

Vorrei infine ricordare un altro termine chiave. Lo Zibaldone di Leopardi, dice Antonio Prete, in data 16 gennaio 1821, parla di ricordanza (movimento di ricordare) come ritorno, ripetizione di immagine antica che torna dall’oblio. La ricordanza è dolce (perché rompe l’irreversibilità del tempo del mai più) ma anche dolorosa (perché quello che torna è parvenza, immagine, illusione, e dal tempo irreversibile non può tornare il tempo-spazio del già vissuto).

 

Rappresentazioni della memoria

Due sono le immagini principali che cercano di descrivere la memoria, e non a caso si tratta di metafore. La prima è la già citata metafora della memoria come tesorus, magazzino, la seconda quella della memoria come tabula. La prima metafora è architettonica, la seconda scritturale, ma insieme si integrano. La memoria deve strutturare e selezionare, affinché la biblioteca, per restare nella metafora, non sia priva di cataloghi. Memoria come tabula è blocco di cera che viene plasmata. Bergson arriverà a dire che la memoria è sia oggettiva sia soggettiva, interiorizzazione dell’oggetto esterno.

Di recente, la neurologia ha scoperto che la memoria non è recipiente che accoglie passivamente i fatti, ma attività costruttiva, sempre all’opera in cui i ricordi sono attivati, attraverso meccanismi ancora ignoti, modificandosi nell’individuo con il passare del tempo e con lo stratificarsi delle esperienze. Più che rinnovarsi la memoria si modifica nel tempo, diviene memoria della memoria.

 

Quali memorie

Secondo Pierre Nora, la differenza tra memoria e storia è insuperabile perché la storia è prolungamento oggettivante della memoria. Quindi, la memoria è soggettività e la storia è assenza di soggettività. La ricerca storica è altro da memoria, morale e identità. Tuttavia, dopo il processo Eichmann è aumentato l’impatto emotivo della Shoah; è cresciuto nella ricerca storica il senso morale, e Auschwitz viene in primo piano con memorie diverse per diversi gruppi (Auschwitz degli israeliani non è quello dei polacchi, per esempio). È quindi errato contrapporre storia a testimonianza, come faceva Irving, e inficiare la testimonianza perché talvolta imprecisa. Semmai, essa va analizzata e inserita nel contesto storico. La memoria serve alla storia.

            Come ricorda Pierre Vidal-Naquet, Hilberg usa quasi solo documenti e una testimonianza (solo su Treblinka dove il comandante diceva al suo cane di attaccare gli ebrei con la frase “uomo, attacca questo cane”); mentre Lanzmann usa soprattutto testimonianze e solo un documento sui camion a gas a Chelmno. Con le testimonianze, Lanzmann fa un’opera d’arte che fa storia (la storia dei convogli verso le camere a gas). Christopher Browning, infine, in Uomini comuni fa microstoria (Carlo Ginzburg) , la storia basata sulla critica delle testimonianze.

Anche Paul Ricoeur (La memoria, la storia, l’oblio) parla della necessità di integrare la memoria nella storia. La memoria è quindi vista come fare: ricordare non è solo raccogliere l’immagine del passato, ma esercizio e lavoro, elaborare e ricostruire. Dunque la memoria non è solo archivio. Così però la memoria è anche debole, oggetto di abuso, come nel caso della memoria impedita, manipolata, obbligata. Far ricordare è un far fare, una manipolazione, in senso semiotico, di memoria manipolata, celebrata, monumentalizzata. È dover fare, dovere di memoria, abuso della frenesia di commemorazione. Bisogna dunque anche saper dimenticare. Oblio è lavoro necessario, dice Ricoeur, per reperire il lavoro dell’oblio nella memoria.

A proposito dell’Ars oblivionalis, Umberto Eco sostiene che la dimenticanza è un caso, e avviene o per interferenza tra nozioni, o per eccesso di nozioni. Il rischio è quello di ricordare troppo e quindi dimenticare per memoria sovraccarica. Infatti, i media contemporanei non sottraggono informazioni (censura), ma hanno eccesso di informazioni. Si diffonde la dimenticanza del passato per un presente appiattito sull’attualità. Si perdono causa/effetto. L’interrogativo, semmai, è capire se ciò sia volontario, per distogliere il lettore dalla memoria come consapevolezza e conoscenza.

Secondo Pierre Nora, si parla tanto di memoria perché essa non esiste più a causa dell’eccesso di memoria causata dall’incertezza del presente e del futuro. Ma a volte accade anche opposto, eccesso di pensare al futuro, come ad esempio il ruolo del futurismo nel fascismo.

La memoria può essere deformata perché, come appena accennato, manipolata o dalla sensibilità individuale o da spinte sociali e politiche. Alcuni casi di uso e abuso della memoria sono la memoria impedita, manipolata, obbligata. Contro quella impedita (gli scacchi di memoria) deve lavorare il ricordo; invece la memoria manipolata è la celebrazione di un evento simbolico, il far ricordare per creare identità, un dovere imposto dall’esterno, e la memoria cessa di essere parola della vittima per essere parola di altri in nome della vittima, celebrazione del passato rivisto dal presente. Questo è il rischio odierno del Giorno della Memoria. Il problema riguarda la memoria calata dall’alto, con una legge parlamentare (Giorno della Memoria, legge 20 luglio 2000, n. 211) ma senza dibattito profondo nella società.

Si tratta, in sostanza, di individuare i vizi della memoria per starne alla larga: prima di tutto, la memoria come sterilizzazione di un fatto. Come una foto si sostituisce nel ricordo ad una persona, la memoria si allontana dal fatto. Le commemorazioni si sostituiscono al fatto, come le vie si sostituiscono alle persone di cui portano il nome.

Un secondo problema concerne la memoria come pre-giudizio: la memoria come giudizio dato prima impedisce di valutare la novità del presente, invece la storia può anche sorprendere e produrre novità, cosa che gli ebrei prima della Shoah hanno dimenticato, paragonando quanto iniziava con pogrom, Egitto, crociate, ecc.

Il terzo elemento degenerativo è quello della identità che cristallizza le cose. La Shoah è ora un riferimento identitario, soprattutto per gli ebrei laici. Si tratta del problema di unicità della Shoah (idolatria) VS comparabilità (facendo attenzione a non sminuire); sterilizzazione bene/male senza considerare la zona grigia di Primo Levi; avere prospettive di lungo periodo per evitare che sintomi di oggi possano portare a nuova Shoah.

Infine, il quarto problema è la memoria come interrogazione, non solo del passato ma anche delle tragedie presenti. Il Giorno della memoria dovrebbe ricordare anche le tragedie attuali, la memoria dovrebbe essere cassa di risonanza dell’attuale. In questo senso Historia magistra vitae (Cicerone). La storiografia non è quindi solo ricostruzione dei fatti, ma anche “se” e “ma”, interrogativo su presente, bivi e alternative.

Sebbene a parere di alcuni, come Isac B. Singer, dopo Auschwitz non si possono più fare domande, alcune domande sono dovute. Stefano Levi Della Torre si chiede: perché ricordare? Risponde con tre slogan sul senso della memoria di Auschwitz: a) il mondo conosce se stesso, Ulisse dantesco e responsabilità di testimoniare; b) può accadere ancora (Primo Levi); c) Historia magistra vitae, la storia mantiene viva la fugace memoria.

Inoltre, a cosa serve la Giornata della Memoria? La Giornata della memoria dovrebbe avere uso civico, non pubblico (politico) della memoria, ma di fatto non è così, per gli studenti delle scuole è una mera celebrazione di cui non riescono a cogliere gli aspetti legati all’importanza del ricordo e all’attenzione per il presente, e troppo spesso la politica si è appropriata dell’evento sino a decontestualizzarlo, a toglierlo dalla storia e dalla memoria stessa.

Come evitare però che la memoria si trasformi in mera celebrazione? La Shoah deve essere spiegata come evento unico per le modalità in cui è avvenuta e per come ha coniugato fattori diversi, presenti singolarmente in altri genocidi ma non tutti insieme; la Shoah allo stesso tempo è comparabile, che non vuol dire sminuirla o ridurla ma paragonarla ad altri eventi per cogliere le caratteristiche e le peculiarità di ognuno.

E poi, come ricorda Claude Lanzmann, le rappresentazioni più recenti di Auschwitz hanno il rischio di addolcire, addomesticare Auschwitz perché l’uomo ha bisogno di vita edulcorata, ma in tal modo lo sminuiscono. Invece, per Auschwitz non esistono istruzioni per l’uso, ma solo interrogativi.

Infine, la Shoah non è male assoluto, non è spiegabile con la teoria della follia o della colpa collettiva, ma come hanno sostenuto tra gli altri Zygmunt Bauman in Modernità e Olocausto e Wolfgang Sofsky in L’ordine del terrore. Il campo di concentramento, la politica razziale nazista è un prodotto del mondo moderno: il razzismo biologico su presunta base scientifica, la diffusione delle idee naziste in materia razziale, e soprattutto le modalità tecniche con cui i nazisti hanno condotto l’annientamento del popolo ebraico ne fanno caso sinora unico di modernità, capacità raziocinante tipica della cultura occidentale illuminista e tecnologia finalizzate ad un genocidio; il terrore del lager si serve dell’uomo per sfruttarne il lavoro, distruggere i legami di solidarietà annientando le forme di difesa dell’individuo, piegandolo psicologicamente oltre che fisicamente.

Un altro interrogativo concerne i luoghi commemorativi. Essi commemorano persone o avvenimenti (come nel caso dei lager), e possono essere situati dove i fatti sono accaduti (Auschwitz) o lontano (Yad Vashem). Tuttavia, in realtà, l’atto stesso del conservare indica un mutamento di luogo, e quindi di finalità della commemorazione rispetto all’evento. L’interrogativo problematico da porsi quindi è: come creare commemorazioni che non si distacchino troppo dall’evento, che restino fedeli ad esso, e che allo stesso tempo siano attuali e fruibili oggi?

Come ricorda Alberto Cavaglion, la memoria in Italia è spesso anchilosata o, paradossalmente, il suo opposto: liturgia (Régine Robin, La mémoire saturée, 2003). La memoria consta invece di più memorie, spesso contrapposte:  a) memoria positiva/negativa (di eventi negativi, come la Shoah); b) memoria collettiva/memoria divisa, contesa (anche la stessa deportazione è divisa in politica, militare, razziale…), ed è difficile spesso trovare un punto d’unione; c) memoria raziocinante/memoria confessionale, ovvero universalistica/particolaristica: quanto successo non deve accadere più VS quanto è successo a noi non deve accadere più; d) memoria miope/presbite, che vede solo vicino o che vede solo lontano; e) memoria negata/memoria sbandierata, o anche, per dirla con Remo Bodei, memoria/amnesia-amnistia: spesso la non memoria è autoassolversi o far dimenticare parte del passato.

Tuttavia, non si tratta di un vizio solo italiano. Susan Sontag, in Davanti al dolore degli altri, critica come la Shoah sia strumentalizzata da USA che però non hanno musei su genocidio indiano o bomba atomica, e che con la memoria della sola Shoah sfuggono a responsabilità politiche. Invece la memoria deve servire, come accaduto altrove, per denunciare guerre (in Francia, il ricordo della Shoah mobilita contro la guerra d’Algeria) o genocidi (come nel 1994 per denunciare il genocidio dei tutsi: sempre in Francia, si parla di nazismo tropicale).

Anche Mario Isnenghi si interroga sul rapporto memoria-oblio: fino a dove la memoria è utile e necessaria, e dove è invalidante (Charles Meyer) e impedisce di guardare al futuro? Eccesso di memoria VS non ricordare abbastanza. Ascoltare il passato serve a non vivere in perpetuo il presente e ad avere rapporto fecondo con memoria e oblio. Annette Wieviorka parla di Era del testimone che porta con sé un eccesso di flussi di memoria copiosi e imbarazzanti.

In conclusione, ricorda Enzo Traverso, la memoria è continuo sviluppo, e il problema oggi è quello della memoria pubblica, politica. Le commemorazioni erano più modeste dieci anni fa, e soprattutto allora c’era timore dell’oblio, paura di nuova rimozione dopo unificazione tedesca. Invece in Germania c’è oggi memoria della Shoah, intesa come rottura anti-civilizzazione. Oggi c’è invece indigestione commemorativa, a causa dell’urgenza di far parlare i pochi testimoni ancora vivi; c’è anche senso di colpa e di compensazione tardiva per la lunga rimozione dell’evento. Per questo oggi il XX secolo è considerato il secolo di Auschwitz.

Del resto, subito dopo la guerra Sartre in Riflessioni sulla questione ebraica criticava la persecuzione degli antifascisti a Buchenwald, e non parlava delle persecuzioni razziali; il nazismo era considerato una parentesi malata. Ma allora, come è accaduto che la Shoah allora, da non evento nel 1946, è divenuta l’evento per eccellenza? Sostanzialmente in tre fasi: trauma, rimozione, anamnesi (ritorno del rimosso).

Sin dal primo dopoguerra, la memoria ebraica del genocidio si è espressa attraverso gli Iyisker biher, libri del ricordo, che ricordano i morti in una sorta di kaddish collettivo. Tuttavia, essi non hanno ampia diffusione e il genere si esaurisce rapidamente, anche perché nessuno ha interesse ad ascoltare, e viceversa parlare è doloroso. Il processo ad Eichmann fa seguire per la prima volta la vicenda al mondo, e per la prima volta parlano i testimoni. Inizia, appunto, l’era del testimone (Wieviorka). La guerra arabo-israeliana del 1967 porta alla percezione israeliana di un nuovo annientamento; da allora la memoria di Auschwitz si lega al conflitto arabo-israeliano, mentre appare il negazionismo arabo (Shoah è mito per legittimare oppressione dei palestinesi); a sua volta Israele paragona Arafat a Hitler. Ciò dimostra che, se da un lato l’oblio è sicuramente colpevole, la memoria non è sempre giusta, può essere strumentalizzata. Gli anni Ottanta, dal serial Holocaust (fine Settanta) e dall’emergere del negazionismo, inaugurano una nuova fase, con una memoria pubblica, ma il negazionismo trasforma Auschwitz in una sfida. La Shoah non è più memoria di una comunità, ma è collettiva (anche se, come dice Adorno, è merce).

La sfida del secolo successivo al secolo di Auschwitz è dunque reinserire la Shoah nella storia e nella memoria collettiva, sottraendola alla politica e alle celebrazioni fine a se stesse. La memoria va lasciata decantare, non forzata né richiesta a sproposito. Come ricorda Ruth Kluger in un’intervista che mi ha concesso, forse ci sono voluti quarant’anni non solo per lasciare l’Egitto e attraversare il deserto per andare in Eretz Israel, ma anche per iniziare a recuperare eventi traumatici del passato, ricordare, conoscere. E dopo altri quarant’anni, concludo io, dovremmo avere ancora storia e memoria di Auschwitz senza il peso della retorica, della strumentalizzazione, della riduzione dell’evento. Ricordare con parsimonia rende prezioso il ricordo e serve al presente.  

 

 

*Il testo dell'intervento della Relatrice, ospite del comune di Stienta (Ro) il 22 ottobre, in occasione della celebrazione del 62° anniversario del rastrellamento nazi-fascista di Stienta (26 ottobre), e del percorso "Po, fiume di Libertà" - che ha visto la partecipazione di alcuni Comuni della nostra intersezione - è qui pubblicato grazie alla concessione della medesima

 Sara Valentina Di Palma

  • Laureata in Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Siena, con una tesi dal titolo Bambini e adolescenti nella Shoah. Storia e memoria della persecuzione nazista e fascista. Votazione: 110/110 magna cum laude. La tesi ha vinto quattro premi (Premio Pontecorvo 2001; Premio Associazione Figli della Shoà 2002; Premio Istituto Storico della Resistenza di Pistoia 2002; Prix Fondation Auschwitz, Bruxelles, 2002) ed è stata pubblicata da Unicopli (ottobre 2004)
  • Dottore di ricerca nell’ambito del dottorato in Teoria e Storia della Modernizzazione e del Cambiamento Sociale in Età Contemporanea (Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi di Siena) con una tesi dal titolo Le Edot ha Mizrah in Israele dall’aliah hamonit alla sconfitta laburista (1949-1977).
  • Cultrice della materia presso le cattedre di Storia Contemporanea e di Storia Comparata tenute dal Prof. Marcello Flores, Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Siena
  • Vincitrice di una borsa di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione  dell’Università di Siena,

    sul tema "La politica giudiziaria italiana ed europea sui diritti umani".

  • Collaboratrice e tutor degli studenti del Master in Diritti Umani dell’Università degli Studi di Siena... (per ulteriori informazioni chiedere il curriculum alla nostra sezione)